Albert Camus | Un pensiero drammatico

«Dovessi scrivere io un trattato di morale - scriveva Albert Camus nel settembre 1937 nei suoi 'Taccuini' - avrebbe cento pagine, novantanove delle quali assolutamente bianche. Sull’ultima poi scriverei: Conosco un solo dovere ed è quello di amare. A tutto il resto dico no». Sì, perché: «questo mondo senza amore è un mondo morto e giunge sempre un’ora in cui ci si stanca delle prigioni, del lavoro, del coraggio, per reclamare il volto di un essere e il cuore meravigliato della tenerezza».
Spaziando per l'intera ampiezza di una ragione emozionale, ne La peste è il male a diventare rovente, attorno al quale si affollano chi lo compie, chi ne è al di sopra, chi lo indaga, chi lotta, chi si rassegna, chi si stordisce, chi ne approfitta, chi è incosciente e da ultimo il suo Giobbe, intenso e tragico. Agnostico, Camus aveva messo in scena ne Il malinteso il silenzio di Dio, un Dio muto, indifferente, distante dal dramma di vivere degli uomini.
Per questo ne L'uomo in rivolta sarà proprio l'uomo a dover: «riparare nella creazione tutto ciò che è possibile. Dopo di che i bambini continueranno a morire ingiustamente, anche in una società perfetta. Col suo più grande sforzo, l’uomo può soltanto proporsi di diminuire aritmeticamente il dolore del mondo. Ma l’ingiustizia e la sofferenza rimarranno e, benché limitate, non cesseranno di essere uno scandalo. Il “perché?” di Dimitri Karamazov continuerà a risuonare».

Per approfondire:
Rai Cultura: Il primo uomo di Albert Camus.